Ieri sera ho visto This Must Be The Place, l’ultimo film dell’immenso genio che è Sorrentino, e ne sono rimasto entusiasta, anche se al contempo capisco perché molti critici abbiano storto il naso.
Personalmente mi è piaciuto molto poco Sean Penn (e il suo doppiatore), che, per i miei gusti, andava troppo spesso sopra le righe, provocandomi una fastidiosa sensazione che mi faceva pensare spesso al saggio consiglio di Robert Downey Jr. in Tropic Thunder — you never go full retard.
D’altro canto, il film è una meraviglia, visivamente e non solo: a Sorrentino, come suo solito, basta un movimento di macchina, a volte discreto, a volte improvviso, per sbalordire ed emozionare. Basti pensare all’incredibile sequenza del concerto di David Byrne, che mi ha ricordato la straordinaria scena di lotta in piano sequenza di Oldboy: come Park Chan-Wook, Sorrentino è riuscito a infondere dinamismo e profonda commozione in un’atipica sequenza senza tagli, impeccabilmente elegante ma tutt’altro che asettica.
La sceneggiatura, a mio modesto avviso, soffre di qualche momento di stanca e fatica un po’ a ingranare, ma quando funziona lo fa alla grande, e soprattutto alla fine raccoglie egregiamente tutti i fili del film offrendo una quadratura del cerchio anche sorprendente.
Avercene, di altri registi così in Italia.